Mar 21, 2017 - Seminari    No Comments

Percorso formativo a sostegno della preparazione per il conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno

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Corso Umberto I 14, 87100 Cosenza – e-mail: cidicosenza@gmail.com Sito web: www.cidicosenza.it

 

PROGRAMMA

 

1\4\17

COMPETENZA NORMATIVA E GIURIDICA SULLA DISABILITÀ

8\4\17

COMPETENZE SOCIO/PEDAGOGICHE RIFERITE ALLA SCUOLA DELL’INFANZIA, PRIMARIA E SECONDARIA

12\4\17

DIDATTICA SPECIALE: STRUMENTI E METODOLOGIE

 

Data da definire

IL SISTEMA DI ISTRUZIONE, ASPETTI ORGANIZZATIVI E AUTONOMIA SCOLASTICA

 

Contributo: il percorso è destinato ai soci del CIDI (l’iscrizione annuale è pari a 50,00 euro comprensiva dell’abbonamento alla rivista Insegnare); è previsto, altresì, un contributo per i materiali di 50,00 a integrazione della quota associativa

Coordinamento a cura di Alessandra Fantozzi e Angela Marino

Per le iscrizioni rivolgersi a cidicosenza@gmail.com o telefonare al 3405885704

Mar 5, 2017 - opinioni    No Comments

Sulle deleghe  – Lettera aperta del CIDI di Cosenza *

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*il testo segue alla discussione in un tavolo di lavoro organizzato dalla segreteria del  CIDI di Cosenza, aperto ai rappresentanti dei partiti, delle associazioni professionali e delle forze sociali. Hanno partecipato i rappresentanti della CISL e della FLCGIL, dell’ANIEF e il coordinatore provinciale di Sinistra Italiana

 
Premessa
Abbiamo espresso in ogni situazione la nostra contrarietà sull’insieme dei provvedimenti denominati “buona scuola”, considerando inutile e dannoso per la scuola della Costituzione formulare una proposta in continuità con le scelte legislative dei governi di centro destra.

 

Alla scuola statale in questi anni non è stato risparmiato nulla, ivi compreso il contenimento della spesa pubblica e il peggioramento delle condizioni di lavoro, a danno dei diritti di chi apprende e di chi insegna.  Ripartiamo dalla scuola-istituzione, dai bambini, dagli adolescenti, dai giovani che la frequentano, dagli insegnanti e dai dirigenti scolastici che non si arrendono, per condividere alcune osservazioni e proposte capaci di realizzare un reale cambiamento, nel segno dei principi della scuola democratica e della qualità educativa.
Come è a tutti noto, fra qualche giorno, le Commissioni parlamentari esprimeranno il parere sui decreti legislativi previsti in attuazione della legge 107/15, poi entro il 17 aprile il Consiglio dei ministri dovrà emanarli, un tempo davvero irrisorio per analizzare compiutamente le importanti trasformazioni previste, che  incideranno profondamente sul nostro sistema scolastico nel futuro.
In una società  in cui  prevale il servizio a domanda individuale e il merito e la responsabilità sono armi per la selezione dei più deboli, chiediamo alla politica rinnovata attenzione nell’interesse dei cittadini.
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1) Inclusione.

La scuola di tutti e di ciascuno, del non uno di meno, che ci ostiniamo a chiamare  democratica,  a cui dovrebbe ispirarsi il concetto di inclusione, resta nel decreto legislativo un dichiarato.  Le scelte ipotizzate hanno a riferimento solo le disabilità certificate, le procedure per il riconoscimento con una accentuazione della medicalizzazione e il monitoraggio delle azioni affidata all’INVALSI.  Del tutto insufficiente, a condizioni date,  il richiamo alle le responsabilità in materia dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali ( Titolo V, sussidiarietà …).  Se poi si guarda a ipotesi  formulate altrove, quali ad esempio i percorsi di formazione iniziale per gli insegnanti di sostegno della scuola secondaria e  valutazione in uscita dalla scuola secondaria  con prove dichiarate equipollenti c’è di che  preoccuparsi.  Si va in controtendenza sul terreno dell’integrazione scolastica. La proposta   non è più quella a cui abbiamo ancorato l’azione educativa, fra le migliori nel contesto internazionale, difficile –  di certo -,  ma non impossibile.
La nostra proposta:  chiediamo al Governo di non emanare questo decreto, di riprendere il dibattito con la scuola reale, di raccogliere e rilanciare la sfida di una scuola davvero inclusiva, a  garanzia dei principi costituzionali per tutte e tutti. Non si può tornare indietro.

 

2) Valutazione

Non accettiamo  modalità e strumenti valutativi in contraddizione con la stessa idea dell’apprendere tutti a scuola.  Scegliere la valutazione numerica su base decimale nella scuola di base, introdotta dalla Gelmini e qui riconfermata, è contro la stessa idea di scuola che promuove abilità e competenze.

 

I voti, si dice, consentono di essere compresi da tutti. Chi vive l’esperienza della scuola sa, al riguardo, che perché un voto sia compreso occorre definire  a monte i criteri che lo hanno determinato, che detti criteri debbono essere trasparenti e condivisi. Cosi non è, è solo una ennesima semplificazione, scorciatoia, una sconfitta anche sul piano professionale. In questo modo si difende la scuola che seleziona, a partire dalla scuola primaria, dove sono previste anche le bocciature.
Quanto alla contraddizione voti/certificazione delle competenze molto ci sarebbe da dire. Ne rileviamo una per tutte, la solita: il corto circuito fra voti e livelli, ovvero fra valutazione degli apprendimenti e certificazione delle competenze. Per non dire della scelta che lega la certificazione delle competenze all’ammissione agli esami del primo ciclo, nonostante si sia deciso di eliminare la prova INVALSI  dall’esame conclusivo del primo ciclo.
Sugli esami di stato del secondo ciclo si osserva che la prima prova è esclusivamente il testo argomentativo più vicino al vecchio caro tema, una scelta che imporrà la definitiva scomparsa dei percorsi di scrittura nella scuola superiore.
Pesa la scelta di dare, all’atto dell’ammissione e in sede di esame, eccessiva  visibilità  alle esperienze in alternanza  scuola –  lavoro, considerate le differenze sostanziali nel territorio nazionale e le criticità emerse in più sedi sul rapporto scuola/ lavoro che non può essere solo legato esclusivamente a tali esperienze.
La nostra proposta: riteniamo inscindibili la progettazione del curricolo e la valutazione degli apprendimenti, sosteniamo coerentemente l’idea di una valutazione formativa e quella della descrizione dei livelli per la certificazione delle competenze. Per queste motivazioni siamo decisamente contrari ai voti  in tutta la scuola di base e più in generale nell’intero percorso di studi, soprattutto in quello obbligatorio. Se  il decreto legislativo in questione aveva l’ambizione di riscrivere il DPR 122 avrebbe dovuto tenere presente l’impegno istituzionale sul terreno della cultura della valutazione, investendo di più  sulla formazione degli insegnanti in materia.  I problemi della scuola sono tanti e non si risolvono con le classifiche e la competizione. I risultati di apprendimento vanno letti sempre e comunque in ragione delle scelte culturali e professionali. Per questa via in modo surrettizio passa l’abolizione del valore legale del titolo di studio e un’idea di insegnamento – apprendimento legata ai destini di chi apprende. È una ennesima selezione di classe.
Si ritorni a parlare di tipologie di scrittura e di cultura della scuola e cultura del lavoro, avendo a riferimento le migliori esperienze e la ricerca didattica applicata.
3) Formazione iniziale e reclutamento  nella scuola secondaria

Di nuovo si cambia, mantenendo fermo il principio che la scuola è subalterna all’università e quel che conta per insegnare è quel che si sa, ovvero i contenuti disciplinari.
Dopo una laurea magistrale di 5 anni è previsto un anno di tirocinio indiretto, ancora  all’università e due di tirocinio diretto a scuola,  con un contratto che ha il sapore di una ennesima scelta di precarietà per chi dovesse decidere  di diventare insegnante.
I destini di chi intraprende questo percorso sono evidenti se come pare le competenze professionali sono affidate in gran parte all’università che, come è noto,  non ha competenze nelle didattiche disciplinari. La scuola in cui si presterà lavoro, al massimo da supplente, accompagnato da un tutor, fa la differenza. Ma chi è questa importante figura di sistema, chi fissa le procedure per un eventuale incarico?  La delicatezza del compito avrebbe meritato ben altra formulazione.
La nostra proposta. Al riguardo proponiamo di tornare a parlare del profilo culturale e professionale del docente, contrattualmente determinato dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore  e qui del tutto ignorato. Non solo si allontanano ancora di più i percorsi universitari per diventare insegnanti, ma si corre il rischio di legittimare scelte che dividono gli stessi insegnanti del ciclo secondario fra  sostegno e area comune o per classi di concorso. A meno che non si pensi che tutto possa essere risolto secondo i dettami della cultura accademica che non considera nel proprio orizzonte la cultura della scuola, l’utilizzo delle discipline a fini formativi.


4) Riordino istruzione professionale

In questa materia appare  del tutto evidente che si sperava in un diverso esito del referendum costituzionale. La vittoria del NO ha riportato indietro la lancetta sul Titolo V, sulle competenze in materia di Stato e Regioni, su una istruzione professionale gravata da quanto è accaduto negli ultimi anni, da  quando, cioè,  sono stati introdotti i corsi triennali, ora a ordinamento, e le esperienze di integrazione fra i  sistemi dell’istruzione e della formazione professionale.
Nemmeno la riduzione delle iscrizioni nell’istruzione professionale ha spostato l’attenzione su scelte culturali equivalenti davvero. I ragazzi che frequentano i professionali restano figli di un dio minore. Di più. In un decreto legislativo si propone persino l’apparato didattico ( personalizzazione, unità di apprendimento, metodologie ….),  dimentichi che siamo in un campo che attiene all’autonomia culturale e professionale degli insegnanti e non può essere determinato nazionalmente. Le stesse scelte dell’alternanza, della flessibilità vanno nella direzione di ridurre la portata del curricolo, compromettono l’idea di didattica laboratoriale, ammesso che tutto questo spetti a un decreto legislativo.
La nostra proposta: chiediamo di  correggere i decreti Gelmini che hanno portato a dividere gli studenti dei licei, dei tecnici e dei professionali provando a riscrivere il profilo di uscita. Noi non ci rassegniamo. Se il percorso scolastico è quinquennale è necessario, in termini di uguaglianza delle opportunità,  normare che gli strumenti culturali per leggere il mondo non sono una prerogativa dell’istruzione liceale.


Il  Sistema integrato 0-6

Sul sistema integrato 0-6 si ha l’impressione che la montagna abbia partorito un topolino. Liberarsi degli anticipi con un provvedimento ad hoc, no? Generalizzare la scuola dell’infanzia, no? Ignorare le condizioni per la qualità educativa dei luoghi di cura e apprendimento dei bambini, no?

Le scelte adottate non vanno nella direzione di un sistema integrato.

Rimangono inevase le domande e le proposte di chi aveva sollevato la questione pubblico/privato, le difficoltà delle sezioni primavera,  laddove si erano realizzate. Si ipotizza un percorso graduale e in salita su tutte le questioni sollevate sia dagli educatori dei nidi che dalle insegnanti della scuola dell’infanzia, con una scarsa attenzione alle comunità locali che dovrebbero farsi carico del percorso. Minimaliste le prerogative e le responsabilità dello Stato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa in proposito la Conferenza unificata Stato – Regioni.
La nostra proposta: si riprenda dalle differenze regionali, dalla ricerca  in Italia e in Europa sulla qualità dei contesti educativi destinati alla prima infanzia. Si faccia uno sforzo per interpretare la realtà, si individui un percorso per tappe che possa garantire la titolarità del MIUR  in questo ambito, senza trascurare il punto di vista della scuola.

 

In conclusione

Molto vorremmo ancora dire.  Ci limitiamo a ritenere  minimaliste le proposte sul diritto allo studio e su quella che si definisce  cultura umanistica. Un testo normativo di riferimento sul tema del diritto allo studio è atteso da tutti gli studenti, compreso i capaci e i meritevoli. In tutti questi anni, fin dall’estensione dall’obbligo di istruzione, sono state sollevate questioni per garantire il diritto al l’apprendimento almeno fino a 16 anni.  Ma non hanno trovato nelle regioni sponde legislative.  Quale sarà l’impegno istituzionale in tale senso?  Se poi leggiamo la cultura umanistica come il Made in Italy lo sconforto aumenta e vorremmo sottrarci alla deriva, riaffermando l’idea di una cultura della scuola disinteressata. Ma forse siamo fuori tempo. Questo è un altro tempo, quello dell’omologazione  e, in tutta sincerità,  non ci pare che le scelte adottate possano garantire pensiero e azione  sulla funzione della scuola oggi e per il  futuro.

 

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